Omelia (08-04-2003) |
Paolo Curtaz |
Commento Giovanni 8,21-30 Gesù vede che intorno a se l'incomprensione cresce, paradossalmente (ci fermiamo troppo poco spesso a riflettere su questo aspetto) la predicazione di Gesù e il suo modo di parlare di Dio sono inefficaci, inutili, osteggiati. Che fare, ora? Non sono bastate le parole che hanno svelato il volto misericordioso di Dio, né i segni che hanno accompagnato tali parole, né le sottili argomentazioni bibliche che spiazzano i teologi. Gesù intravvede una strada che mai avrebbe creduto di dover percorrere: la sconfitta, il dono della sua stessa vita, la morte. Può una sconfitta cambiare il corso della storia? Capiranno davanti alla croce che altro è fare bei discorsi, altro morire? L'uomo, finalmente, spezzerà la crosta di violenza che gli impedisce di vedere? Mosé innalzò un serpente di bronzo per guarire gli ebrei morsicati da serpenti velenosi nel deserto del Sinai. Gesù verrà innalzato (Giovanni non usa la parola "crocifisso") cioè osteso, mostrato, donato. Il mistero della croce è questo: la misura colma dell'amore di Dio, la misura del suo dono, la sua capacità di guarirmi, di redimermi, di salvarmi dalle tante cose che avvelenano i miei pensieri e il mio cuore. Sì, occorre donarsi, occorre correre l'immenso rischio di compiere un gesto che non verrà capito o accolto. Bisogna farlo. Senti la fine che si avvicina, Signore. Triste profeta, anche tu non sei riuscito a piegare l'ostinazione dei tuoi, pur essendo il Figlio. Davanti a te, ultima possibilità, la follia della croce, la morte di Dio. Servirà a scardinare il cuore indurito dell'uomo, tua ingrata creatura? Abbi pietà della nostra durezza, Signore... |