Omelia (25-12-2016)
don Michele Cerutti


La messa vigiliare può diventare comoda per orario e assolvere il precetto. Tuttavia questa Messa ci esorta a porgerci in un atteggiamento di accoglienza e preparare il nostro cuore all'incontro con quel Bambino che nei prossimi giorni contempleremo nella stalla di Betlemme.

C'è un rischio che può abitare ogni Natale quello di "ripudiare in segreto" tutto quello che stiamo vivendo. Giuseppe - lo vediamo nel brano di questa sera - è abitato da questo atteggiamento di ripudio, ma viene confortato dagli angeli a dare fiducia a Dio.

Noi ci immergiamo in questa cornice, ma rischiamo di uscirne appena sono passati i festeggiamenti e le grande solennità. Viviamo ogni Natale con il rischio di "aver timbrato" l'appuntamento, ma poi ci facciamo scivolare questi fiumi di grazia che sgorgano da questa occasione.

Dall'atteggiamento di ripudio, ovvero di chi non vuole farsi toccare dal Natale, ma si limita solo ad osservare un appuntamento oggi siamo invitati a farci scuotere e a domandarci cosa fare per evitare che gli effetti del Natale anche di questo anno possano sfuggirci. I toni possono essere sicuramente smorti. Le dinamiche lavorative stanno diventando pesanti per mancanza di lavoro, stiamo attraversando momenti difficili perché aumentano le malattie anche tra i giovani, l'allarme terrorismo ci tiene sempre più diffidenti. Tuttavia anche in questo Natale il Signore nasce per ricordarci che si fa bambino, Lui che con molto meno poteva consolarci.

Lui diventa uno di noi fino a presentarsi all'umanità tanto piccolo. Non è una favola quella che viviamo ogni anno, è un Dio proprio così. Egli si fa piccolo per donarci una vita dotata di pienezza e non per porci in una dimensione di superficialità. Poniamoci in una fede quindi più matura e più viva. Cogliamo l'occasione di questo Natale per ripartire in maniera più dinamica e gioiosa.

La fede è un dono e come tutti i doni va invocato e l'occasione del Natale è quella giusta per invocarla. La fede è un dono e come tutti i doni va coltivato perché possa crescere e in questo Natale chiediamo di accrescerla perché non si smorzi la fiamma che ci è stata consegnata. Non solo coltivata, ma anche abbellita. Questa del Natale con le sue celebrazioni è un'altra occasione utile per abbellirla e rendere piena la fede.

Non limitiamoci a vivere solo il Natale e le funzioni del 25. Davanti a noi si aprono celebrazioni importanti che hanno il compito di aiutarci ad addentrarci in questo grande mistero dell'Incarnazione.

Le celebrazioni del 31 dicembre - 1 gennaio che costituiscono un unico precetto sono vissuti non solo per ringraziare per l'anno civile vissuto o per implorare aiuto per il nuovo anno, ma conclude il grande giorno di Natale. Sì, perché il Natale dura 8 giorni e nei successivi giorni siamo invitati a riflettere sulla nostra capacità di testimonianza.

Il 26 Santo Stefano, il 27 San Giovanni, il 28 Sant'Innocenti Martiri sono le figure per porci in questa dimensione di testimoni.

Il 1 gennaio si ricorda la circoncisione. 8 giorni dopo i bambini venivano portati al tempio per essere circoncisi. Gesù e la Sacra Famiglia ottemperando alla legge antica ci dimostra che Lui non è venuto a eliminare neanche uno iota dell'Antico Testamento, ma inizia con Lui il compimento.

In questo tempo di Natale si raggiunge i livelli alti il 6 gennaio con l'Epifania. Quel bambino è per la salvezza del mondo anche di quello pagano. Abbiamo bisogno di riscoprire la grandezza quindi di un mistero che è la espressione alta dalla misericordia di Dio. Dio si è incarnato vuol dire che Dio ha assunto tutta la caducità dell'uomo e l'uomo viene toccato in tutta la sua realtà concreta e in qualunque situazione si trovi.

Il Natale abbiamo la chiave per decifrare alcuni misteri profondi della nostra esistenza: il dolore, l'umiliazione, la piccolezza, la sofferenza. Dio non risponde al perché della sofferenza perché egli soffre insieme a noi. Non risponde al perché del dolore perché egli si è fatto l'uomo dei dolori. Non risponde al perché dell'umiliazione perché egli si umilia. Non siamo più soli nella nostra solitudine immensa perché egli è con noi. Non siamo più solitari, ma perché siamo solidali. Il Natale ci racconta la storia di un Dio che si è fatto bambino, che invece di rispondere con delle parole, vive una risposta mettendosi al nostro fianco e al nostro livello. La ristrettezza del nostro mondo nel quale Dio è entrato ha una via d'uscita benedetta e una conclusione felice.

Vale la pena di essere uomini. Dio ha voluto essere uno di noi. Non siamo un gregge condannato né una massa anonima, senza direzione e destinazione. Dio non assiste impassibile alla tragedia umana. Egli entra in essa. Vi partecipa e ci rivela che vale la pena vivere la vita così come la viviamo: monotona, anonima, faticosa; fedeli nella lotta per essere ogni giorno migliori, esigenti nella pazienza verso noi stessi e verso gli altri, forti nel sopportare le contraddizioni e saggi nel ricavare una lezione utile per la vita. Tutte queste manifestazioni di vita sono state assunte dal Verbo di Dio. Dio si è manifestato in questa umanità così concreta.

Dobbiamo interrogarci sul realismo di Dio per uscire proprio da quella patina di sentimentalismo che a volte releghiamo a questo periodo.

I regali che ci siamo scambiati a Natale. Esagerazioni a parte, si tratta di un gesto originariamente cristiano, che ha a che fare con la memoria dell'Incarnazione. Dunque nei nostri regali di Natale «non è importante che un regalo sia costoso o meno; chi non riesce a donare un po' di se stesso, dona sempre troppo poco; anzi, a volte si cerca proprio di sostituire il cuore e l'impegno di donazione di sé con il denaro, con cose materiali». Se capiamo il significato della parola «Incarnazione», capiamo anche che «Dio non ha fatto così: non ha donato qualcosa, ma ha donato se stesso nel suo Figlio Unigenito. Troviamo qui il modello del nostro donare».