Omelia (23-07-2017)
Carla Sprinzeles
Commento su Sapienza 12,13.16-19; Matteo 13,24-43

Allarghiamo il cuore per ascoltare quanto la parola di Dio ci dice oggi. L'atteggiamento che dobbiamo avere è arrenderci al nuovo. Quindi fate un bel respiro e abbandonate ogni rigidità.

La liturgia di oggi può essere riferita a quanto dichiara il padrone del campo, nel Vangelo di Matteo, in mezzo al grano da lui seminato sta comparendo anche la zizzania, che un suo nemico vi aveva successivamente seminato. La scelta del padrone, rispetto al suggerimento dei servi, è di rinviare l'intervento di raccolta di ciò che pur sarà di parziale ostacolo allo sviluppo del buon grano: "perché non succeda che raccogliendo la zizzania, con essa vi sradichiate anche il grano".

Quante volte anche noi manifestiamo la soluzione sbrigativa e impaziente dei servi riguardo al grande campo della storia umana! Abbiamo la presunzione di essere grano genuino e fruttifero e ci riteniamo competenti a giudicare gli altri come perversi e irrecuperabili. Era lo stesso atteggiamento degli appartenenti alla comunità di Qunram - al tempo di Gesù - si ritenevano i "figli della luce" in contrapposizione ai "figli delle tenebre". Gesù denunciò tale presunzione nel fariseo, salito al tempio per pregare Dio, non esitando a considerarsi differente da un pubblicano, anch'egli presente nel tempio, ma con tutt'altro atteggiamento interiore.

Oggi la liturgia della Parola ci mette in evidenza e ci assicura la fiducia nell'azione progressiva di Dio e della sua iniziativa, a noi è chiesto di credere alle sorprese di Dio, che egli sa disporre a tempo debito!


SAPIENZA 12, 13. 16-19
La prima lettura è tratta dal libro della Sapienza, che è stato scritto in greco, verso il 50 a.C. ed è l'ultimo libro del primo testamento. Dopo essersi domandato perché il Signore è stato tanto misericordioso con l'Egitto e Canaan nell'Esodo giunge a concludere: "Non c'è Dio fuori di te. La tua forza è il principio della giustizia, e il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti. Padrone della forza, tu giudichi con mitezza..." Che bello, padrone della forza giudichi con mitezza.

Il Dio a cui comunemente pensiamo è un Dio a "nostra immagine e somiglianza" invece che il contrario, noi ci immaginiamo un Dio simile a noi. Un Dio, che noi chiamiamo, in ogni momento, quando vogliamo che ci faccia vincere le battaglie, un Dio che amplifica le nostre idee, le nostre meschinità. Abbiamo ridotto Dio a un essere terribile che si diverte a mandare all'inferno; un Dio invisibile e misterioso, strumento delle nostre segrete vendette. Meno male che ci sono molti atei di questo Dio.

Invece qui, il libro della Sapienza, dice che non c'è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose.

Innanzi tutto ci toglie ogni certezza di chiudere Dio in uno schema. Riprendiamo le nostre dimensioni, non possiamo contenere Dio e quindi il nostro atteggiamento è di apertura, Dio domina tutte le cose con il dominio dell'amore: è mite, giusto, paziente. Noi siamo troppo impazienti: abbiamo la spada in pugno. Non è semplice, ma il percorso che dobbiamo fare è abbandonare il Dio degli eserciti perché Dio, degli eserciti non sa cosa farsene, li ha mandati tutti a casa. Dio mostra la sua forza quando non si crede nella pienezza del nostro potere, occorre imparare ad amare gli uomini, a balbettare parole di amore e di perdono e di pentimento. Essere quindi aperti allo Spirito, perché solo lo Spirito di Dio in noi è capace di amare così. "Dio ha cura di tutte le cose". Nessuna divinità ha così grande pazienza con gli uomini. Egli li riconosce fragili e senza sapienza. Le vie della misericordia di Dio sono da apprendere alla scuola di Dio: "il giusto deve amare gli uomini" e imitare Dio Padre, che "fa piovere su giusti ed empi".


MATTEO 13, 1-23

La settimana scorsa abbiamo letto la parabola del seminatore e vi avevo annunciato altre tre parabole successive per spiegare come comportarci se vogliamo essere discepoli di Gesù e quindi come si comporta Dio con noi, con le altre le sue creature. Ecco, oggi, un'altra parabola. C'è di nuovo una semina: di giorno un uomo semina grano buono, mentre tutti dormono, il suo nemico semina la zizzania e se ne va.

Iniziamo a situarci nel testo per capire. La zizzania, che il nemico semina nel campo del suo rivale, è una pianta che non conosciamo, è molto simile al grano, è perciò impossibile distinguerla nelle prime fasi della crescita. Si distinguono quando ormai la pianta ha intrecciato le sue radici con il frumento. Il grano della zizzania è leggermente velenoso, provoca vertigini, malesseri, come i narcotici. Si distingue per il colore grigio.

Il padrone del campo suggerisce ai servitori, che vorrebbero estirparla subito, di aspettare la maturazione di entrambe e alla mietitura deciderà lui quando sarà giunta, per non estirpare anche il frumento.

Un altro punto da chiarire è il "nemico". Chi è il nemico: è un membro della famiglia o di un clan rivale, per una guerra secolare. La guerra tra clan conosce mille forme: è fatta di insulti, accuse, mutuo disprezzo, dispetti e molestie per danneggiare il rivale o la sua famiglia, nei suoi beni o nella sua reputazione.

Fin qui nessuna novità, il quadro, più o meno, è sempre quello.

C'è però una cosa che non abbiamo ancora capito, che il bene e il male non sono così chiaramente identificabili. Prendere una forbice e tagliare via il male e lasciare il bene non è affatto un'impresa realizzabile. Come il seminatore, della parabola di domenica scorsa, gettava il seme in tutti i terreni, dando fiducia a tutti, poiché il creatore ha creato tutti indistintamente e in ognuno di noi c'è la sua impronta, così la parabola della zizzania si riferisce alla coesistenza, nella comunità, di elementi buoni e di altri cattivi. E' difficile distinguere gli uni dagli altri.

E' inevitabile che il male sia presente in mezzo al bene, Cristo non è venuto a giudicare e a condannare ma ad offrire a tutti il suo amore, la sua vita. Proprio come il sole e la pioggia, l'amore del Padre viene comunicato sia al grano che alla zizzania. Sono gli individui che si giudicano da soli scegliendo di essere il grano, pane per la vita, o zizzania che intossica e avvelena. Chi produce vita entra nella pienezza della vita, chi intossica muore con la morte.

Gesù mette in guardia i discepoli dalla tentazione, sempre presente, di formare un gruppo di soli buoni, che si ritengono grandi e si separano dai piccoli. Gesù parla della "fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti". E' un'immagine di disperazione, equivalente a strapparsi i capelli, propria di chi si accorge di aver sbagliato tutto e manifesta la rabbia per aver sciupato la vita. Quello di Cristo non è un giudizio, è una constatazione; chi rifiuta di amare si chiude alla vita e marcisce.


Amici, il nostro limite, se lo accettiamo, ci apre alla misericordia di Dio. Ciò che è male può servire a un bene più grande. La crisi fa parte della vita, purché ci muoviamo nella forza che Dio che ci dà l'essere. Rispettare la crisi, le dinamiche di crescita fanno crescere adulti sereni. Nessuno ci vuole perfetti, Dio solo è perfetto, è Dio che elimina ciò che è negativo in noi, se è di ostacolo al suo amore e se noi siamo disponibili. A noi compete essere uniti all'amore di Dio e comunicarlo ai fratelli.