Omelia (01-05-2018) |
don Cristiano Mauri |
Ti preparo qualcosa? Questi cinque versetti che concludono la prima parte dei discorsi di addio di Gesù nell'ultima cena, ci permettono di comprendere la funzione pragmatica dell'insegnamento dato dal Maestro ai discepoli sulla sua dipartita. L'obiettivo delle sue ultime parole è ricollocare la tristezza e il dispiacere dei suoi dentro uno nuovo "spazio di comprensione" degli eventi che verranno, una cornice di significati e di prospettive di vita capaci di trasformare la tristezza in gioia, la paura in serenità, il dubbio in fiducia. Questo "spazio" è il dono della pace promessa da Gesù. Nella tradizione giudaica e anticotestamentaria, la pace designa la pienezza di vita voluta e stabilita da Dio nel tempo del compimento definitivo. Essa viene ora attribuita a Cristo, si tratta infatti della «sua» pace. Non è come quella del mondo, sottoposta a convenzioni, accordi, giochi di potere e sempre comunque precaria. La pace di Cristo ha in Dio il suo fondamento e non può essere in alcun modo minacciata né tanto meno sconfitta. La partenza di Gesù, dunque, non comporterà una perdita per i discepoli, ma li metterà nelle condizioni di ricevere il dono della pace perfetta, della vita piena garantita da Dio. Da questa certezza devono comprendere quel che sta accadendo, intuendo che la perdita sarà un guadagno, la fine un inizio, la morte una vita nuova. L'ascolto da parte dei discepoli non li ha però ancora condotti al passo definitivo dell'amore perfetto per Gesù («Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre») così resta uno scarto tra ciò che la fede offre e quel che essi sperimentano e riescono a vivere. Non aver ancora aderito totalmente a lui, non consente loro infatti, per ora, di accedere alla gioia connessa al compiersi della missione del Cristo (la croce e il ritorno al Padre). Le parole del Maestro vengono dunque pragmaticamente in soccorso ai discepoli. Lo fanno, anzitutto, per il contenuto che intende aprire loro gli occhi sul senso di ciò che accadrà anticipando il dono della pace. E in seconda battuta, perché annunciano che l'occasione della nascita della fede autentica ci sarà e coinciderà con la morte e resurrezione di Cristo («Ve l'ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate»). Detto ciò, il discorso viene chiuso convenzionalmente («Non parlerò più a voi»), lasciando spazio alla definizione di quale sarà la portata degli eventi. Gesù non si scontra con le autorità di Gerusalemme, ma viene preso d'assalto dalle forze che si oppongono a Dio («il principe di questo mondo»). Pur essendo consegnato alla violenza del male, Gesù non ne sarà vittima. La croce è così non un luogo di sconfitta, bensì di vittoria. Il Cristo che dona la pace sarà un Cristo segnato dalla lotta con il male, che porta, dunque, i segni di questo mondo in cui noi camminiamo. La sua vittoria non consiste nell'evitare le prove ma nell'attraversarle, facendone occasione di fedeltà al Padre, di realizzazione della sua volontà di salvezza per gli uomini, di manifestazione dell'amore di Dio.
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