Omelia (29-03-2025)
Missionari della Via


«Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri». Le prime parole di questa parabola raccontata anche per noi, ci mettono in guarda da un pericolo che corriamo tutti: sentirsi migliori degli altri! Due uomini salgono al Tempio: un fariseo e un povero pubblicano. Il fariseo racconta le cose buone che fa, si sente forte, vanta dei diritti, quasi una salvezza conquistata con le sue sole forze; è uno che si aspetta anche da Dio un "bravo" per il suo essere migliore di tanti. Poi abbiamo il povero pubblicano, consapevole di essere un povero peccatore che invoca la misericordia del Signore. Il fariseo, confrontando la sua vita con quella del povero pubblicano, si sente a posto, dimenticando che il modello non possono essere le persone ma Dio! «Ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano»; ecco le sue parole! Sentirsi migliori degli altri è il segno che ci dice che non abbiamo una seria e concreta vita spirituale. Chi ha un'autentica vita spirituale sa che nessuno è giusto davanti a Dio, che anche lui ha bisogno della misericordia di Dio e che se non è caduto in peccati anche gravi è perché Dio gli ha usato maggior misericordia! Chi cura la vita interiore non si sente mai superiore agli altri, ma sente crescere dentro di sé una grande compassione che lo fa sentire in comunione con tutto e tutti, perché sa che lui per primo ha bisogno della misericordia del Signore! Nessuno è giusto davanti a Dio, ma ognuno di noi è salvato per la misericordia che Dio ci ha mostrato nel suo Figlio Gesù! Ecco perché il pubblicano che chiede solo perdono, senza mettersi a paragone con nessuno; e solo lui torna a casa giustificato. «L'esperienza di fede infatti ci dà una parte un grande realismo su chi siamo noi, sulla nostra miseria, sui nostri limiti, sulle nostre fragilità, ma allo stesso tempo ci fa sentire profondamente amati così come siamo e proprio per questo innesca in noi una possibilità di cambiamento» (don Luigi M. Epicoco).