Omelia (19-03-2025) |
padre Ezio Lorenzo Bono |
Talis pater, talis filius Non vi siete mai chiesti come sia rimasto Giuseppe quando ha sentito suo Figlio Gesù dire: «Non chiamate nessuno padre sulla terra, perché uno solo è il vostro Padre, quello celeste»? E come sarà rimasta Maria quando ha udito suo Figlio dire: «Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli?». Giuseppe avrà pensato che Gesù non volesse riconoscere lui e Maria come genitori? Forse si sarà ricordato di quando Gesù disse che per lui fratello, sorella e madre non erano solo i parenti di sangue, ma coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica. E chi più di lui e della sua sposa Maria aveva ascoltato e fatto la volontà di Dio? Di certo per Giuseppe non sarà stato facile ritrovarsi a capo di una famiglia così "originale", dove la sposa era rimasta incinta prima del matrimonio; lo sposo non era il padre biologico del figlio; gli sposi vivevano insieme non come marito e moglie, ma come fratello e sorella; la sposa era allo stesso tempo madre e sempre Vergine; il figlio era di natura umana e divina ed era anche un po' "ribelle" (ogni tanto usciva con frasi come: «Non chiamate nessuno padre», «Devo occuparmi delle cose del Padre mio», «Chi è mia madre?», «Che ho da fare con te, donna?»). Insomma, quella di Giuseppe era tutto fuorché una "famiglia normale". Era una famiglia basata non tanto su legami di sangue, ma su legami d'amore, dove si può essere padre anche senza essere il genitore biologico, e si può essere fratello, sorella e madre senza avere lo stesso sangue. Per guidare una famiglia così speciale ci voleva una persona veramente speciale. Spesso siamo stati abituati a vedere Giuseppe come una figura un po' sdolcinata, mite, e perfino ingenua. Nella bellissima lettera apostolica Patris corde, Papa Francesco, dopo aver ripreso gli aspetti "classici" della figura di San Giuseppe - la tenerezza, l'obbedienza, l'accoglienza, il nascondimento -, riscatta anche l'aspetto dell'uomo forte, coraggioso, creativo e lavoratore: «Giuseppe non è un uomo rassegnato passivamente. Il suo è un coraggioso e forte protagonismo» (Patris corde, 4). Il Vangelo sottolinea più volte che Giuseppe (e Maria) agiva in conformità alla legge e rispettava le prescrizioni di Mosè. Tuttavia, leggendo attentamente il Vangelo, emerge anche un Giuseppe "ribelle", che ha disobbedito alla legge per amore. Secondo la legge di Mosè, Giuseppe, dopo aver scoperto che la sua promessa sposa era rimasta incinta non per mezzo suo, avrebbe dovuto farla morire. Eppure, il suo amore per Maria lo portò a disobbedire alla legge e a salvarla, anche se inizialmente credeva di essere stato tradito. Ogni giorno i notiziari ci informano di femminicidi, di uomini che uccidono le loro mogli o compagne perché si ritengono traditi o abbandonati. Giuseppe, al contrario, ci insegna che quando si ama qualcuno per davvero, lo si continua ad amare nonostante tutto, anche quando si pensa di essere stati traditi; ci insegna che non si può mai fare del male alle persone che si amano veramente. Probabilmente Gesù ha imparato a essere "ribelle" e a mettere l'amore prima della legge proprio da suo padre Giuseppe. Gesù ha sfidato i maestri della legge che volevano imprigionarlo nei lacci dei riti e dei sacrifici; ha criticato il fariseismo, le pratiche esteriori, le tradizioni, le abluzioni, i sacrifici di animali (ha rovesciato i banchi dei cambiavalute nel Tempio); ha disatteso le proibizioni del sabato (sembrava quasi che aspettasse quel giorno per compiere ciò che non era permesso fare). Gesù ha imparato anche da Giuseppe ad amare in modo totale. Giuseppe era rimasto con Maria nonostante tutto, anche se sapeva che tutti avrebbero spettegolato e offeso (probabilmente si era risaputo che Maria era tornata incinta dopo i tre mesi passati dalla cugina Elisabetta: in una delle diatribe con Gesù, i farisei gli rinfacciarono che loro erano figli di Abramo e non nati da prostituzione, sottintendendo che Lui invece lo fosse). Giuseppe, per amore, non ha consegnato Maria alla morte. Ecco da chi ha preso Gesù. Come suo padre aveva difeso la famiglia portandola in Egitto per sottrarla alla violenza di Erode, così Gesù difendeva i suoi discepoli e i più indifesi dagli attacchi dei potenti (come quando i farisei criticavano i discepoli perché non digiunavano o non osservavano le prescrizioni della legge). Quando Gesù ha difeso la donna sorpresa in adulterio, mentre la legge imponeva la lapidazione, ha fatto esattamente quello che aveva fatto suo padre Giuseppe con Maria. Gesù ha perdonato e ha continuato ad amare i suoi discepoli che lo avevano tradito e abbandonato, perché aveva imparato da suo padre che bisogna amare e perdonare anche quando si viene traditi. È proprio il caso di dirlo: Talis pater, talis filius. Papa Francesco, nella Patris corde, scrive: «Voglio immaginare che dagli atteggiamenti di Giuseppe, Gesù abbia preso lo spunto per la parabola del figlio prodigo e del padre misericordioso» (4). Dice anche che Giuseppe ha insegnato a Gesù a camminare, e non solo nel senso di muovere i primi passi, ma di camminare nella vita. Giuseppe è stato il suo educatore. Bellissime sono le parole del Papa a riguardo: «Essere padre significa introdurre il figlio all'esperienza della vita, alla realtà. Non trattenerlo, non imprigionarlo, non possederlo, ma renderlo capace di scelte, di libertà, di partenze» (7). San Giuseppe ci insegna il vero significato della paternità, che non è solo generare un figlio biologicamente, ma prendersi cura di lui. Immaginiamo se Giuseppe avesse fatto lapidare Maria: anche Gesù sarebbe stato lapidato nel suo grembo. E cosa ne sarebbe stato della storia della salvezza? Giuseppe non ha accolto Maria controvoglia, obbedendo ciecamente a un comando ricevuto in sogno, ma perché sapeva che abbandonandola ("licenziandola in segreto") l'avrebbe condannata a una vita di sofferenze. Se le vedove e gli orfani erano in balia di tutti, nonostante fossero state donne sposate e figli "legittimi", immaginiamo cosa sarebbe stato di una ragazza non sposata, abbandonata e con un figlio "illegittimo". Giuseppe ci insegna a prenderci cura di figli "non nostri" biologicamente, ma nostri spiritualmente, moralmente, umanamente. Come ricorda Papa Francesco: «Padri non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui. Tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti» (Patris corde, 7). Di Giuseppe e Gesù possiamo davvero dire: "Talis pater, talis filius". E tu? Come hai vissuto o stai vivendo la tua paternità e la tua figliolanza? |